LA STORIA DI OLBIA


Le origini e l’Olbia Romana

L' origine Punica della città nel IV° sec. A.C. non è per il momento messa in discussione. Situata in fondo al golfo , stando ai ritrovamenti più recenti, Olbia entra definitivamente nell’orbita romana nel 238 A.C. in cui Lucio Cornelio Scipione sconfisse le locali truppe Cartaginesi comandate da Annone, che morì in battaglia. Nei secoli successivi, la città conobbe uno sviluppo che ne fece il centro più importante della costa orientale sarda.

Cinta da solide mura, florida, ricca di risorse, forte per la sua posizione geografica, ben collegata con l’interno dell’isola, attraverso una fitta rete di strade che avrebbero conservato la loro efficienza fin dentro l’età contemporanea, Olbia conobbe una fase di grande prosperità. Il suo porto, il più vicino alle coste del Lazio, assai importante sul piano militare e commerciale, al centro di un cospicuo traffico con i porti della costa tirrenica, dell’Africa e della Spagna, era il punto d’imbarco delle derrate destinate al grande mercato dell’Urbe .

Il ritrovamento nella necropoli di titoli funerari di famiglie gentilizie, nonché di materiali rinvenuti negli scavi, sembrano a confluire a dimostrare la presenza di un’ élite di ricchi mercanti, magistrati, funzionari che dovevano condurre una vita brillante e ricca di agi nella città.

Tutto questo avvenne fino al momento in cui arriva il crollo di Roma già nel III°sec. D.C. dove vedranno primi indizi della grave crisi che avrebbe quasi cancellato la città per il congiungersi di diversi fattori: la perdita della posizione del porto, diventato periferico con il modificarsi delle rotte a vantaggio dell’Africa e della Spagna, l’innalzarsi del livello del mare e di conseguenza la popolazione si ritirò (senza perdere del tutto i contatti con l’antica Olbia) all’interno, in un luogo più salutare probabilmente chiamato Fausania al dì fuori dalla varie zone paludose che circondavano la città, a cui era legata la presenza della malaria.

 

 

La Civiltà giudicale

 

Olbia ricompare sulla storia con il nome di Civiltà attorno all’anno 1000 in seguito al rafforzamento e potenziamento delle città di Pisa e di Genova la cui influenza si sentiva in Sardegna ma anche dalla Provenza all’Italia Meridionale, agli Stati Arabi. Fu in questo periodo di rinata floridezza la fine dell’XI SEC. E l’inizio del XII che venne edificata la chiesa Romano-Pisana di S.Simplicio e a tale periodo corrisponde il ruolo politico- istituzionale di capoluogo della curatoria e sede di alcune strutture periferiche del Regnum Galluresim.

Doveva ospitare funzionari di grado elevato come il Maior Portus, nonché la Cancelleria giudicale, cioè l’ufficio da cui uscivano gli atti di governo dei giudici, destinato a scomparire ai primi del XIII SEC. Con l’avvento dei Visconti, segnando la fine delle casate indigene.

Terranova, il nuovo toponimo che sembra indicare la vecchia Civita,è sede del Camerarius generalis judicatus Gallurae, cioè Camerlengo (adetto al fisco del Re), adetto all'amministrazione delle finanze civiche.

Il termine castrum terre novae, con cui viene indicata con i documenti del 300, sembrerebbe testimoniare l'esistenza di mura fortificate di cui non rimane traccia; l'abitato era contenuto nel quadrilatero che oggi costituisce il centro storico. La superficie occupata doveva aggirarsi sui 2 ettari e la popolazione non doveva superare i 500/600 abitanti. La piana era difesa da castelli e fortezze: Castello di Pedres a nord, Padulaccia, Santa Maria di Cabbu Abbas e Molara.

 

 

Età aragonese e spagnola

 

Esaurita la crescita urbana, demografica ed economica dell'Italia e dell'Europa occidentale tra il 1000 e il 1300 anche Terranova conobbe fenomeni di impoverimento di uomini e di risorse. Nel susseguirsi di rivolte, di stragi, di occupazioni, di guerre che seguirono lo sbarco delle truppe aragonesi nel 1323, Terranova fece parte dapprima della Signoria e quindi della Baronia di Terranova, elevata al rango di Marchesato nel 1579.

Nel 1553, in seguito all'incursione del corsaro Dragut, mentre nel Mediterraneo incombeva la minaccia franco-turca, la popolazione terrorizzata e consapevole dall'estrema debolezza del sistema di difesa delle coste si era rifugiata in alcuni paesi dell’entro terra e aveva le coltivazioni ed il commercio.

Nel XVI sec. In seguito al trasferimento dei diritti e del capitolo della diocesi di Civita a quella anglonese di Ampurias e quindi l’allontanamento del Vescovo e della Curia diocesana ebbe conseguenze disastrose sul piano della diffusione dell’istruzione e della cultura. Alla fine del 600 all'indomani della carestia che colpì l’intera isola, già in ginocchio per la peste del 1652/55, il paese non contava che 240 abitanti. L’attività del porto era di modeste proporzioni, le saline erano in declino a causa dell’inefficienza dei funzionari regi, mentre l’agricoltura e la pastorizia scontavano la presenza della malaria, il dissesto del suolo, l’arretratezza delle tecniche agricole, la mancanza di braccia.

 

 

 

Il settecento

 

Nel 700 Terranova non era che un piccolo villaggio marittimo di qualche centinaio di abitanti. Nella guerra che opponeva l’Austria alla Spagna si schierò con il partito Borbonico di fronte ad una realtà di arretratezza economica e di crisi demografica, di scarsa sicurezza delle coste sprovviste di presidi difensivi, di povertà e di vita civile, di diffusione di traffici di contrabbando di sale, grano, bestiame, formaggio, tabacco, polvere da sparo.

I principali problemi erano quelli della povertà dei cittadini, della malaria, dell’ordine pubblico tanto che vi fu la richiesta di podestà, rivolta ai funzionari baronali, per la costruzione di un carcere. I delitti restavano spesso impuniti perché i testimoni non volevano comparire per la testimonianza.

La politica riformista portata avanti da Carlo Emanuele III (1730-73)pose le basi di una ripresa. Terranova si avvantaggiò della nuova posizione della Gallura nel circuito degli scambi la Corsica, la Francia del Sud e Genova. Formaggi, pelli, carne salata erano le merci che alimentavano una modesta corrente di esportazione. Nel 1812-16 arrivò una carestia-epidemia che colpì varie regioni italiane. A Terranova il Sindaco, i Consiglieri, il Clero si spinsero ad implorare il Viceré perché inviasse del grano, ritrovandosi questo popolo totalmente abbattuto dalla fame. Questi sarebbero stati gli ultimi eventi catastrofici nella storia della città : XIX sec. Avrebbe segnato la rinascita di Terranova

 

L’Ottocento

Durante il regno di Carlo Felice (1821/31) anche Terranova si adeguò alle provvidenze adottate; iniziò a funzionare la prima scuola elementare, mentre si iniziava a parlare della costruzione del cimitero.La ripresa fu lenta e difficile ma con un porto definito "magnifico", e destinato a divenire il I° della Sardegna e uno dei maggiori d’Europa se si fossero attuate delle migliorie al fondale.Le opere portuali si sarebbero fatte attendere ancora a lungo e quindi nel 1881 avvenne lo spostamento dello scalo a Golfo Aranci, col quale lo Stato si scaricò dell’onere delle opere di adeguamento del porto, ma nonostante tutto Terranova conobbe, nell'ultimo ventennio del secolo uno sviluppo economico e demografico di tutto rispetto, anche se non accompagnato da una crescita del peso politico - amministrativo.Infatti continuerà a dipendere da Tempio, capitale di circondario, sottoprefettura, sede di Diocesi e di Tribunale.Nel 1901 la popolazione era quasi raddoppiata rispetto al 1861.

 

Il Novecento

Alle possibilità che Terranova offriva come scalo di deposito e scambio e come base di attività mercantili e di trasformazione è legata la prima ondata immigratoria.Il formaggio cominciò da allora ad essere lavorato in loco da imprenditori forestieri che impiantarono caseifici.Con la ripresa economica anche la vita civile registrò qualche progresso.Venne costituita la Banda musicale, una società sportiva, vennero prese iniziative di spettacolo.
Nel primo ventennio del secolo arrivarono nuove istituzioni civili e servizi moderni: l’acquedotto, il grande edificio scolastico di Corso Umberto (1911) e ancora la luce elettrica (1910), il servizio telefonico (1912) e il servizio aereo per mezzo di idrovolanti, inaugurato nel Giugno del 1917 con un volo Terranova – Ostia, in piena Prima Guerra Mondiale.
Nel 1920 l’approdo marino, dopo quasi 40 anni, fu trasferito da Golfo Aranci a Terranova.
Venne installato, ad opera di imprenditori Ponzesi, il primo stabilimento per l’allevamento di mitili.
Alla vigilia della guerra, nel 1939, la città riprese il suo antico nome di Olbia.L’anno successivo il conflitto ne bloccò lo sviluppo perché venne quasi completamente rasa al suolo.Tra il 1941 e il 1955 si stabilirono ad Olbia 709 nuovi nuclei familiari, provenienti per lo più da altre zone della Sardegna e da altre regioni italiane.Molti dei nuovi immigrati erano imprenditori e all’inizio degli anni Sessanta sorsero in città i primi insediamenti industriali.
Nel 1950-60 Olbia comincia a scoprire la propria vocazione turistica.
L’input viene dall’E.S.I.T. (Ente Sardo Industria Turistica) creato per adeguare la struttura ricettiva alla nuova domanda turistica.La svolta in questa direzione si ha nei primi anni 70 con l’arrivo in Sardegna del Principe ismailita Karim Aga Kan il quale costituisce insieme ad un gruppo di imprenditori il Consorzio Costa Smeralda.
I 6 soci fondatori sono proprietari di 3000 ettari di terra che si snodano lungo 55 Km di costa.Il progetto di massima viene presentato il 22 Gennaio 1962 alla Regione Sarda e al comune di Olbia.L’investimento iniziale era di circa 45 miliardi.
Partito nelle prima metà degli anni Settanta, il boom turistico sembrava destinato a continuare all’infinito e la città diventava una sorta di Ovest sardo, una specie di terra promessa.Oggi Olbia ha più di 50.000 abitanti: la sua popolazione attuale supera ormai quella dei due capoluoghi di provincia Nuoro e Oristano.Diventata la 4° città della Sardegna, con un ruolo centrale nell’economia del territorio, come polo portuale e aeroportuale di grande rilevanza.
Olbia si trova ora ad affrontare diversi problemi: lo sviluppo di un turismo compatibile con la salvaguardia dell’ambiente, la viabilità, l’organizzazione della vita civile, la razionalizzazione dell’organismo urbano.Nel cammino tortuoso che l’ha portata dal minuscolo insediamento che è stata per molti secoli alla vivace e popolosa città che è oggi, Olbia si trova di fronte ad una nuova svolta, trovare in sé le energie e le risorse per una RINASCITA.

OLBIA

 

LA POSIZIONE GEOGRAFICA

 

Olbia, antica città punica, è situata nel nord-est della Sardegna all’interno di una grande insenatura detta "Golfo Interno": sicuro approdo per naviganti di tutte le epoche, considerata la porta della Sardegna.
L’unico corso d’acqua a regime fluviale è il Padrongianus, che nasce nel versante orientale del Limbara; tutti gli altri sono a carattere torrentizio.
A nord dell’insenatura si trova l’isola di Molara quasi pianeggiante, e a poco più di due chilometri a sud c’è l’isola di Tavolara, grande e imponente d’origine calcarea.
Nel territorio di Olbia l’agricoltura è rappresentata dai cereali, dalla vite e in minor parte dall’ulivo e dalla sughera.
Intenso è l’allevamento del bestiame (bovini e ovini) grazie agli abbondanti pascoli.
Non esistono attività estrattive, tranne la lavorazione della calce.
Anche se non è molto determinante, per l’economia olbiese, è praticata la pesca.
La più grande risorsa del mare è la coltivazione delle cozze iniziata a partire dagli anni ’20 da immigrati tarantini.
L’attività più importante è il movimento commerciale-portuale-aeroportuale, merci-passeggeri.

Oggi Olbia è una città vivace, aperta e multietnica.

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